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Progetti Muretti a secco nel Parco Adamello

Il Parco dell’Adamello, come gran parte dei territori montuosi europei, è caratterizzato da versanti che un tempo furono territorio di conquista.

Una conquista pacifica, ma non per questo meno sofferta. Sofferenza delle schiene piegate dal duro lavoro e delle robuste braccia che, zolla dopo zolla, hanno strappato dalla verticalità migliaia di metri quadrati di terreno, rendendolo adatto all’attività agricola.

Un’agricoltura – quella praticata nei prati terrazzati – semplice, sostenibile e funzionale al sostentamento di piccole comunità rurali. Un gesto di sopravvivenza che racchiude in sé un concentrato di cultura agreste: pietra su pietra sono state ricavate pianelle coltivabili, strade campestri lastricate nei punti più impervi, accessi con scalette sui paramenti murari, abbeveratoi, fontane lungo le percorrenze con il bestiame, finanche edicole votive per procurarsi l’appoggio di qualche Santo nella pericolosa via alla campagna.

Che si tratti di prati terrazzati a picco sul mare cristallino delle Cinque Terre, o lungo i crinali del Gruppo dell’Adamello, i muretti a secco sono parte integrante del paesaggio al punto di fondersi con la componente ambientale e, in quanto tale, da tutelare e salvaguardare. Probabilmente i muretti a secco sono l’esempio più lampante di come l’architettura umana abbia saputo integrarsi armoniosamente nel paesaggio, creando un connubio inscindibile tra artificiale e naturale.

La fusione tra componenti naturali/artificiali, materiali/immateriali, tradizione/innovazione ha catalizzato l’attenzione dell’Unesco che, nel 2018, ha dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità “L’arte dei muretti a secco”. Un riconoscimento condiviso tra 8 paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.  

Una forma di arte tanto radicata nel territorio, quanto minacciata da pratiche costruttive più sbrigative ed economiche, ma certamente meno coerenti con il contesto naturale circostante.  

La Comunità Montana di Valle Camonica – Parco dell’Adamello, nel suo piccolo, è stata precorritrice nella valorizzazione di questa arte, tant’è che da quasi vent’anni indice periodicamente bandi finalizzati all’erogazione di contributi volti al recupero e riqualificazione del patrimonio murario che connota prati ed ex coltivi della fascia di territorio a più bassa quota.

Un patrimonio materiale che non sempre l’agricoltura odierna è stata in grado di manutenere nella misura necessaria, ma anche un patrimonio culturale da conoscere, divulgare, amare affinché non venga dimenticato, oltre che abbandonato.

Ad oggi – fine 2019 – il programma del Parco dell’Adamello per il recupero e la rivitalizzazione dei paesaggi terrazzati ha portato al recupero di oltre 8.000 mq di paramenti murari riferiti a circa 300 beneficiari, per una spesa complessiva di circa 400.000,00 euro.

Questo investimento ha generato concreti effetti sul territorio e, con una punta di presunzione, è possibile affermare che si sia innescato un circolo virtuoso. Questa affermazione viene ripetutamente confermata nel corso degli anni dai tecnici che effettuano i sopralluoghi conclusivi: ad ogni contributo erogato, in media, si riscontrano manufatti con entità il 20% superiore rispetto a quanto inizialmente prestabilito.

I “freddi” numeri rappresentati attraverso oggettive unità di misura non descrivono appieno il valore di questa eccedenza del 20%. E’ necessario adottare anche un punto di vista simbolico per descriverne in modo esaustivo il significato: la volontà dei proprietari di riportare all’antico splendore opere secolari, purtroppo segnate dal tempo e dall’abbandono, dimostrando con orgoglio ai tecnici del Parco dell’Adamello quanto le risorse ricevute abbiano contribuito ad un progetto di valorizzazione ben più ampio che ha assorbito investimenti privati in termini sia economici, sia di tempo e manodopera.

Le azioni sostenute dal Parco dell’Adamello, oltre alle iniziative di recupero materiale, si sono orientate anche verso il recupero della componente immateriale. Un esempio su tutti è stato il primo corso di formazione per aspiranti costruttori di muretti a secco, organizzato con la collaborazione dell’Associazione per i produttori agricoli di Valle Camonica. Un corso – dal carattere eminentemente pratico – che ha riscosso successo in termini di partecipanti e di interesse. Durante il corso gli aspiranti di tutte le età si sono cimentati con la ricostruzione di un manufatto in aperta campagna, guidati dall’esperienza di due maestri muratori.

Ma non solo. Per soddisfare le esigenze del territorio si è allargato il bacino di utenza dell’iniziativa di questa iniziativa: il bando è stato aperto per la prima volta anche a conduttori di fondi ubicati nelle altre aree protette camune afferenti alla Rete Natura di Valle Camonica e non più solo all’interno del Parco dell’Adamello, esportando così una buona pratica a vantaggio delle aree camune dove il paesaggio è un patrimonio riconosciuto.

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Corridoio ecologico del Fiume Oglio e il "giardino fluviale" dei Camuni

Nel corso del 2011 il Parco Adamello ha predisposto un complesso progetto presentato nell’ambito dei bandi della Fondazione Cariplo che prevede per un vasto tratto del fiume oglio (da Edolo a breno) un complesso intervento di riqualificazione ambientale e sociale. Il Fiume Oglio prelacuale, nel tratto compreso fra Edolo e Breno (circa 35 Km), analogamente ad altri grandi fiumi di fondovalle, subisce i molteplici effetti legati alla antropizzazione della Valcamonica.

In particolare il tratto è interessato: dall’impatto degli interventi in alveo e sulle sponde per la sicurezza idraulica, spesso eseguiti con poca attenzione all’ecosistema fluviale creando tratti artificializzati; da scarichi fognari che ancora oggi insistono pesantemente sul fiume; dall’agricoltura che utilizza tutte le aree coltivabili, spesso sino in fregio al fiume anche occupando aree demaniali; dagli sbarramenti ad uso idroelettrico che interrompono il corridoio ecologico fluviale e ne alterano la dinamica e le portate; da briglie di contenimento dell’erosione. Fortunatamente rimangono alcuni tratti, anche significativi, in cui il bosco ripariale e la naturalità complessiva si sono conservati ad un buon livello ecosistemico e paesaggistico. Ulteriore elemento di minaccia è la scarsa conoscenza di dettaglio del fiume, esistendo informazioni frammentarie, legate ad alcune stazioni di monitoraggio, senza una visione ed un’ottica di bacino che consenta di pianificare a livello di ecosistema fluviale anziché di piccolo tratto particolare.

Il progetto presentato prevede: l’organizzazione dei dati e dei monitoraggi esistenti, con le necessarie integrazioni sui tratti mancanti al fine di definire una quadro dello stato ante operam del tratto fluviale in esame, con particolare attenzione allo stato di funzionalità ecologica delle sponde (carta IFF in doppia sponda sui 35 Km); la definizione dello stato della frammentazione fluviale; l’individuazione dei tratti maggiormente artificializzati; la definizione di una carta degli interventi, in parte da realizzare nell’ambito del progetto proposto alla Fondazione Cariplo, e in parte da realizzarsi in seguito, in base alle opportunità di finanziamento (Carta degli interventi). A tal fine è già state realizzata una ricognizione delle aree demaniali lungo le fasce spondali dell’Oglio e del tratto terminale dei principali tributari, sono state definite le superfici, individuate le concessioni in essere e predisposte le richieste di concessione a favore della Comunità montana di Valle Camonica – Parco Adamello delle aree demaniali disponibili già inoltrata presso lo STER di Brescia.

Le aree demaniali, una volta acquisite, permetteranno al Parco di realizzare gli interventi di riqualificazione forestale ripariale, di formazione di fasce tampone e, conseguentemente, di recupero paesaggistico del fiume.

Ciò consentirà anche di consolidare e valorizzare un Sentiero fluviale, già oggi in grandissima parte esistente, che consentirà ai fruitori, pescatori e appassionati in genere, di percorrere a piedi tutto il tratto di Fiume Oglio da Edolo a Breno.

Infine, in Comune di Cedegolo è stato individuata la possibilità, di concerto con il Comune stesso, di attivare un progetto pilota (per la Valle Camonica) di fitodepurazione afferente ad un nucleo abitato di circa 100 abitanti eq.

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Progetto Grandi Carnivori

GRANDI CARNIVORI: DIFFONDERE LA CONOSCENZA PER EDUCARE ALLA CONVIVENZA

La Fondazione Cariplo, nell’ambito del Bando 2009 “Educare alla sostenibilità” ha finanziato al Parco dell’Adamello, in partnership con Legambiente Lombardia Onlus, il progetto “Grandi carnivori: diffondere la conoscenza per educare alla convivenza”.

Il territorio lombardo è chiamato a svolgere un ruolo di straordinaria importanza al fine di rendere possibile la creazione di metapopolazioni di Lupo, Orso bruno e Lince sulle Alpi.

Oggi, infatti, esistono solo nuclei isolati che dovranno essere in grado di interagire l’uno con l’altro mediante reciproci scambi di individui, contribuendo così ad una maggiore varietà genetica e alla costruzione di un pool genetico comune. In tal senso, le Alpi centrali potranno svolgere un ruolo strategico sia come corridoio sia come area di riproduzione e svernamento.

La presenza di grandi carnivori, però, è quasi sempre accompagnata da danni alle economie locali riconducibili al settore primario, che talvolta possono subire impatti non trascurabili.

Tali dinamiche risultano particolarmente impattanti anche sul piano emotivo a causa di una sottovalutazione dei fenomeni da parte di alcuni degli enti territoriali preposti e ad un conseguente non sufficiente impegno da parte degli stessi nell’educazione, informazione, sensibilizzazione e formazione delle comunità locali e nella determinazione di strumenti utili alla prevenzione ed all’indennizzo dei danni.

L’obiettivo del progetto è costituito dalla modifica della percezione dei grandi carnivori da parte delle comunità locali e dal conseguente cambiamento dei comportamenti che costituiscono una minaccia diretta o indiretta alla conservazione di Lupo (Canis lupus), Orso bruno (Ursus arctos) e Lince (Lynx lynx) nel settore orientale delle Alpi lombarde, considerato che i comportamenti ostili da parte delle popolazioni locali costituiscono i principali fattori limitanti nell’ambito delle già fragili dinamiche di ricolonizzazione in corso.

AZIONI PREVISTE:
  1. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e formazione rivolto alle comunità locali nel suo complesso o in comune ai diversi target selezionati
  2. Studio e realizzazione di un sito web internazionale mirato alle buone pratiche in
  3. materia di convivenza tra comunità locali e grandi carnivori
  4. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e
  5. formazione mirato agli Amministratori locali
  6. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e
  7. formazione mirato a cacciatori, allevatori e agricoltori
  8. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e
  9. formazione mirato agli operatori turistici
  10. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e
  11. formazione mirato ai comunicatori (media)
  12. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e
  13. formazione mirato agli educatori (insegnanti)
  14. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e
  15. formazione mirato ai turisti
  16. Impostazione e gestione di un programma di educazione, informazione e
  17. formazione permanente presso Centro Faunistico di Paspardo nel Parco
  18. dell’Adamello
  19. Gestione di indagini sulla percezione dei grandi carnivori nell’area di studio,

Da giugno 2012 sono disponibili i 4 libretti dedicati ai rapporti tra Grandi Carnivori e fruitori, a diverso titolo, del territorio:

  • grandi carnivori e comunità locali;
  • grandi carnivori e allevatori;
  • grandi carnivori e turisti;
  • grandi carnivori e cacciatori.
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Progetto Life Wolfalps

LA COMMISSIONE EUROPEA FINANZIA IL PROGETTO LIFE NATURA “WOLF IN THE ALPS: IMPLEMENTATION OF WOLF CONSERVATION ACTIONS IN CORE AREAS AND BEYOND “ANCHE PER IL LUPO AZIONI COORDINATE PER LA CONSERVAZIONE E LA GESTIONE DELLA SPECIE.

Scomparso dal territorio alpino dagli inizi del ‘900, da alcuni decenni il lupo ha fatto il suo ritorno sulle Alpi occidentali, grazie all’espansione naturale della popolazione dall’Appennino, dove non si è mai estinta. Analogo fenomeno si sta osservando nelle Alpi orientali per la popolazione di lupo dei Balcani. Proprio nella zona veronese dei Monti Lessini la scorsa primavera si è avuto l’incontro tra un Lupo appenninico ed un lupo balcanico. Per evitare che si vengano a creare situazioni di conflitto tra la presenza della specie e l’attività umana, è necessario operare a livello sovraregionale tramite azioni coordinate tra gli enti territoriali. Per questo la DG Ambiente Energia e Sviluppo Sostenibile di Regione Lombardia, con la D.G.R. 907 dell’8 novembre 2013 ha avviato il progetto “Wolf in the Alps: implementation of wolf conservation actions in core areas and beyond” (Life WOLFALPS), che ha come obiettivo la conservazione e la gestione del lupo per consentirne la convivenza con le attività antropiche. Prosegue quindi l’impegno di Regione Lombardia nella promozione della coesistenza tra uomo e grandi carnivori, già avviato con il progetto Life ARCTOS, relativo alla conservazione e gestione dell’orso bruno, tutt’ora in corso.

“Un importante progetto che coniuga la valorizzazione della biodiversità con lo sviluppo sostenibile del territorio alpino ? commenta l’assessore Claudia Terzi della DG Ambiente, Energia e Sviluppo Sostenibile – Life WOLFALPS rappresenta un’opportunità per avviare una serie di attività che consentiranno di gestire la ricomparsa del lupo, specie protetta ai sensi della Direttiva Habitat UE, mantenendo una costante attenzione a chi vive e lavora nel territorio alpino. Questo anche grazie al cospicuo contributo finanziario dalla Commissione Europea, sullo strumento finanziario LIFE+”

Il progetto interessa tutto il territorio alpino e vede la partecipazione di numerosi partner: il Parco naturale Alpi Marittime (Ente capofila), la Regione Veneto, il Corpo Forestale dello Stato, i Parchi nazionali della Val Grande e dello Stelvio, i Parchi regionali delle Alpi Cozie, Marguareis, Ossola, il MUSE, Museo delle Scienze di Trento , il Parco nazionale del Triglav e l’Università di Lubiana in Slovenia. In WOLFALPS lo scambio di esperienze acquisite dai partner di progetto che da anni gestiscono la presenza del lupo sul territorio, potrà essere utile per quei territori, come Regione Lombardia, dove è ipotizzabile una futura ricolonizzazione da parte del lupo.

Partito ad ottobre 2013, il progetto prevede nei prossimi 5 anni sia misure per la conservazione del lupo che azioni per contrastarne l’impatto predatorio sul bestiame, oltre che la formazione di personale esperto nel monitoraggio e per la rilevazione di episodi di  bracconaggio. Con WOLFALPS si intende affrontare anche la gestione di prevenzione e indennizzo dei danni, a cui si affiancheranno anche la comunicazione e la sensibilizzazione e  il coinvolgimento delle scuole, allo scopo di favorire il miglioramento della conoscenza della specie, la promozione e diffusione di buone pratiche gestionali che possano conciliare presenza del lupo e attività umane.

www.lifewolfalps.eu 

SCHEDA: IL LUPO NELLE ALPI

Il lupo (Canis lupus) è una specie dotata di grande adattabilità, il cui areale originario durante l’Olocene (da circa 11.000 anni fa) comprendeva tutta l’Europa e l’America settentrionale: dovunque ci fossero ungulati selvatici da cacciare, lì c’era anche il lupo. In seguito, la competizione con gli esseri umani ha portato a una notevole diminuzione dell’estensione dell’areale del lupo, fino ad arrivare all’attuale distribuzione, che spazia comunque su una gran varietà di ecosistemi, dalla tundra artica al deserto d’Arabia, sia nel continente americano che in quello eurasiatico.

ESTINZIONE

Considerato una specie nociva e sterminato in Europa centrale fino alla sua totale scomparsa nei primi decenni del Novecento, tra Settecento e Ottocento il lupo ha subito una progressiva eradicazione anche dall’est dell’Europa e sulle Alpi, raggiungendo il minimo di popolazione tra gli anni ’30 e ’60. Alcune popolazioni isolate sono tuttavia sopravvissute in parti dell’Europa ed anche in Italia. In Italia, i lupi sono stati sterminati sulle Alpi nel primo ventennio del XX secolo e per decenni sono rimasti confinati a sud del fiume Po, con una popolazione in declino fino agli anni ’70: a quei tempi era stata stimata la presenza di un centinaio di lupi in un areale limitato all’Appennino centrale e meridionale.

RIPRESA

Dagli anni ’70 in avanti si è assistito a una lenta ripresa, dovuta a diversi fattori di natura ecologica e sociale. Un ruolo importante nel recupero della specie lo hanno avuto l’elevata plasticità ecologica del lupo, capace di sopravvivere adattandosi a nutrirsi di ogni fonte di cibo disponibile, la sua alta capacità di dispersione e la capacità di muoversi anche in habitat sfavorevoli.

Il progressivo spopolamento di ampie zone rurali e della maggior parte delle valli alpine durante il secondo dopoguerra ha inoltre portato all’abbandono di ettari di colline e montagne, alla base della rinaturalizzazione di molte aree, che sono state rioccupate dagli ungulati selvatici. Queste stesse aree hanno costituito un habitat favorevole anche per i lupi.

PROTEZIONE

Di fondamentale importanza, infine, sono state alcune leggi di protezione sia nazionali che internazionali che dagli anni ’70 considerano il lupo una specie non cacciabile e ad alto interesse di conservazione. Nel 1971 un Decreto Ministeriale reso poi definitivo nel 1976 ha cancellato il lupo dall’elenco delle specie nocive, vietandone la caccia e proibendo l’uso dei bocconi avvelenati. Al Decreto hanno fatto seguito la legge 157/92, e a livello europeo la Convenzione di Berna del 1979, dove il lupo è stato inserito nell’Allegato II “Specie strettamente protette” e la Direttiva Habitat 92/43 che, nell’Allegato D considera il lupo come  “Specie di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa”. Infine il lupo è indicato nell’Appendice II “Specie potenzialmente minacciata” dalla Convenzione di Washington (CITES) del 1973 sul commercio internazionale di specie animali e vegetali in via di estinzione.

RITORNO

La popolazione di lupo in Italia è così aumentata dai 100 individui sopravvissuti negli anni ’70 a circa 220 esemplari stimati nel 1983, fino ad arrivare stima di circa 600 lupi in Italia nel 2003. L’areale di distribuzione della specie si è nel frattempo espanso verso nord, andando a coprire l’intero settore appenninico e giungendo alla formazione, nei primi anni ’90, di nuovi branchi nelle Alpi Occidentali.

Infatti e già negli anni ’80 alcune predazioni su bestiame hanno segnalato la presenza del lupo sull’Appennino Ligure, ma è dall’inizio degli anni ’90 che il lupo ha iniziato la ricolonizzazione delle Alpi Occidentali, attraverso la stretta connessione delle Alpi Liguri con l’Appennino settentrionale. I primi avvistamenti confermati sulle Alpi risalgono al 1987 nell’area intorno al Colle di Tenda, sul versante francese, nelle zone delle Valli Pesio e Stura nei primi anni ’90 e in provincia di Torino nel 1994. Dati certi della presenza della specie in Francia si hanno già a partire dal 1992, con lo stabilizzarsi branchi del primo branco nel 1994 e il loro successivo aumento da quel momento in avanti. In Italia le prime riproduzioni sono invece state documentate nell’inverno ’96-’97 in Valle Pesio e nel Parco Naturale del Gran Bosco di Salbertrand. Nel 2009, tra Francia e Piemonte sono stati documentati 32 branchi di lupo, che indicano la presenza oramai consolidata e stabile della specie nel settore Occidentale delle Alpi.

VERSO EST

In Svizzera da metà degli anni ’90 è stata registrata la presenza di singoli individui provenienti dalla popolazione italiana, ma mai branchi; le prime prove risalgono al 1994, con la presenza stabile di un maschio, ucciso due anni dopo. Il primo branco riproduttivo in Svizzera è apparso nel 2012. Sull’arco alpino esistevano ed esistono ancora una gran quantità di aree ricolonizzabili, in cui il lupo ha appena fatto la sua ricomparsa ufficiale: è soltanto della primavera del 2012 la notizia del ritorno della specie in Lessinia. Nonostante il trend della specie sia nel suo insieme positivo, uccisioni illegali ed eventi accidentali (impatto con treni e veicoli a motore) costituiscono ancora una grave minaccia, tenendo conto del fatto che una piccola popolazione con bassa variabilità genetica come quella alpina necessità ancora di connettività con le popolazioni vicine.

Il movimento spontaneo di ricolonizzazione da Ovest verso Est del lupo ha reso necessario il trasferimento di quelle conoscenze e di quelle buone pratiche maturate in Piemonte in vent’anni di convivenza del predatore.

VERSO OVEST

La storia del lupo nelle Alpi Dinariche non si discosta da quella della specie nel resto del territorio alpino. Cacciato per secoli con la precisa volontà di eliminarne del tutto la presenza, la popolazione slovena di lupo conosce un breve periodi di ripresa durante la prima Guerra mondiale. Ma già nel 1923, con la nascita del “Concilio per lo sterminio del lupo”, formato da cacciatori professionisti, la tregue si interrompe e il numero di lupi viene ridotto drasticamente: la specie diventa rara ovunque. Bisogna aspettare il 1973 per un’inversione di tendenza: in quell’anno si smette di corrispondere compensi per gli abbattimenti dei lupi e partono le prime iniziative di protezione. La prima limitazione per legge del periodi di caccia al lupo porta la data del 1976. Quattordici anni più tardi la protezione viene estesa a tutto l’anno dall’organizzazione dei cacciatori, mentre la prima legge di tutela a livello nazionale viene pubblicata nel 1993, con il Decreto sulla Protezione del lupo in Slovenia. Oggi il lupo è una specie protetta: di anno in anno il Ministero deputato alla gestione del predatore può decidere e definire eccezionalmente il prelievo di un determinato numero di individui, basato su di un attento monitoraggio.

Nel 2013 è stata documentata sui monti della Lessinia la riproduzione della la prima coppia formata da un lupo proveniente dalle Alpi Dinariche, Slavc, e da una femmina proveniente dalle Alpi Occidentali, Giulietta. L’eccezionale evento riconduce a quanto zoologi e ricercatori avevano previsto e attendevano da tempo: il ricongiungimento di due popolazioni diverse non più in contatto da secoli con la formazione di un branco, l’unico noto per le Alpi orientali, un fatto di elevatissimo valore biologico e conservazionistico.

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Progetto Life Arctos

Il Parco dell’Adamello, con Deliberazione della Giunta escutiva della Comunità Montana di Valle Camonica n° 176 in data 04/10/2011, ha approvato lo “Schema di Protocollo d’intesa tra Regione Lombardia, Provincia di Bergamo, Provincia di Brescia, Provincia di Lecco, Provincia di Sondrio, Parco Nazionale dello Stelvio, Comunità Montana di Valle Camonica/Parco dell’Adamello, Comunità Montana Parco Alto Garda bresciano, Parco regionale delle Orobie bergamasche, Parco regionale delle Orobie valtellinesi per l’attuazione delle azioni previste dal progetto life09 nat/it/000160 arctos “conservazione dell’orso bruno: azioni coordinate per l’areale alpino e appenninico”.

Il progetto Conservazione dell’orso bruno: azioni coordinate per l’areale alpino e appenninico è un’iniziativa volta a favorire la tutela delle popolazioni di orso bruno (Ursus arctos) delle Alpi e degli Appennini e a sostenerne l’espansione numerica, attraverso l’adozione di misure gestionali compatibili con la presenza del plantigrado, la riduzione dei conflitti con le attività antropiche, l’informazione e la sensibilizzazione dei principali stakeholder.

Il progetto è attuato nell’ambito del programma finanziario della Commissione Europea LIFE + Natura.

Sulle Alpi il progetto prevede interventi in due ambiti territoriali distinti. Il primo include la principale area di distribuzione dell’orso, localizzata nella Provincia Autonoma di Trento, e le aree circostanti, dove la presenza della specie è limitata a individui in espansione. Il secondo ambito è costituito da un’ampia fascia ricadente nella Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, lungo il confine con la Slovenia nord-occidentale.

Sugli Appennini l’area di intervento comprende un’ampia fascia di territorio che include l’intero range dell’orso marsicano, sia le porzioni di presenza stabile, che quelle di collegamento ed espansione. Tale area è delimitata a nord dal Parco Nazionale dei Sibillini, a est dai Parchi Nazionali del Gran Sasso e Monti della Laga e Majella, a sud dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e relativa Zona di Protezione Esterna, a ovest dal Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini.

Il progetto mira a conseguire i seguenti obiettivi:

  • identificare e implementare misure per una pratica zootecnica più compatibile con la presenza dell’orso;
  • valutare il rischio di trasmissione di patogeni dal bestiame domestico all’orso e mettere in atto misure compensative;
  • analizzare le attuali politiche di indennizzo dei danni da orso e identificare soluzioni innovative;
  • ridurre in maniera significativa l’incidenza dei danni da orso in aree selezionate;
  • incrementare la disponibilità trofica naturale nel settore appenninico;
  • gestire il fenomeno degli orsi confidenti/problematici;
  • elevare il grado di conoscenza della specie da parte dell’opinione pubblica.

Le azioni del progetto possono essere raggruppate in sei categorie principali:

  1. Interventi per una zootecnia più compatibile con la presenza dell’orso;
  2. Riduzione dei conflitti con le attività antropiche;
  3. Gestione delle risorse naturali di interesse per l’orso;
  4. Informazione e sensibilizzazione;
  5. Attività didattiche;
  6. Monitoraggio dell’efficacia delle azioni del progetto.

SCHEDA: L’ORSO BRUNO

L’ORSO BRUNO IN ITALIA

In epoca storica in Italia l’orso bruno era diffuso lungo l’intero arco alpino almeno fino all’inizio del XIX secolo. Attualmente, nel nostro Paese, oltre che nell’Appennino, dove è presente la sottospecie dell’orso marsicano, l’orso è presente nelle Alpi Centrali e Orientali.

Sulle Alpi Centrali la popolazione conta oggi una quarantina di individui: la presenza attuale è da attribuire al progetto di reintroduzione che, alla fine degli anni  novanta, ha riportato una decina di orsi provenienti dalla Slovenia nel Parco Adamello Brenta, nell’ambito di un progetto Life e ha permesso di “salvare” l’ultimo nucleo residuo presente sulle Alpi italiane. Dal progetto di reintroduzione la popolazione è in espansione e, oltre all’area di presenza stabile e continua del trentino occidentale, il plantigrado ha fatto la sua comparsa nelle regioni limitrofe, Lombardia compresa, nella vicina Svizzera, arrivando in un caso fino in Germania.

Altri orsi sono presenti nelle Alpi orientali, individui in dispersione dalla vicina Slovenia dove è presente la più consistente popolazione Dinarico – Balcanica.

L’ORSO BRUNO IN LOMBARDIA

In Lombardia negli ultimi anni la specie è stata segnalata ogni anno, in modo discontinuo, nei territori montani delle province di Bergamo, Brescia e Sondrio, con uno o, al massimo, due esemplari all’anno. Il 2012 è stato un anno particolare che ha visto la presenza di cinque diversi esemplari, mentre nel 2013 l’orso è arrivato per la prima volta anche in provincia di Lecco.

Anche il 2014 ha visto la presenza certa di un orso che sta frequentando la Valtellina e la vicina Svizzera e di un esemplare che è stato avvistato, senza creare alcun danno, in Comune di Cedegolo, di Paspardo e di Cimbergo nel Parco dell’Adamello.

Si tratta per ora di giovani maschi in dispersione, che esplorano territori nuovi,  percorrono lunghe distanze in breve tempo e poi solitamente ritornano nell’area trentina, dove sono presenti stabilmente le femmine.

CONFLITTI CON L’UOMO

La risoluzione dei conflitti tra l’orso e l’uomo rappresenta un passaggio imprescindibile per garantire una conservazione duratura alla specie. La dieta dell’orso è principalmente vegetariana e basata su frutta, piante erbacee, funghi o tuberi. La carne compare in minima percentuale, prevalentemente rappresentata da insetti e da carcasse. Tuttavia l’orso, in particolare se più confidente nei confronti dell’uomo, può talvolta predare anche il bestiame domestico o cercare il miele contenuto nelle arnie, specialmente se tale fonte di cibo è facilmente disponibile.  È da tali situazioni che nasce il conflitto uomo-orso ed è proprio l’uomo la principale minaccia per la specie, sia diretta con episodi di bracconaggio che alla base vedono principalmente il conflitto tra la presenza della specie e le attività umane, che indiretta, a causa del disturbo arrecato dal turismo, dall’apertura al pubblico di strade forestali che consentono l’accesso fino al cuore dei territori della specie e degli sport invernali che possono disturbare il delicato periodo di ibernazione invernale.

SCHEDA: IL PROGETTO LIFE ARCTOS

Nonostante gli esiti finora positivi del progetto di reintroduzione dell’orso, il ritorno definitivo della specie sulle Alpi è incerto e il suo futuro è fortemente legato alla sviluppo di una cultura di convivenza tra uomini e orsi.  Per questo Regione Lombardia nel 2010 ha avviato insieme ad altri 9 partner il progetto Life ARCTOS, un progetto finanziato dalla Commissione Europea, e dedicato alla gestione dell’orso bruno sulle Alpi e sugli Appennini..

Grazie a questa iniziativa Regione Lombardia si sta dotando di strumenti e protocolli per trovare soluzioni di possibile convivenza tra orso e attività antropiche.

Il progetto si è chiuso nel 2014 e Regione Lombardia ha realizzato diverse azioni concrete, grazie anche alla collaborazione di diversi enti e soggetti interessati dalla presenza dell’orso: le Province di Bergamo, Brescia, Sondrio e Lecco e i Parchi dello Stelvio, Adamello, Alto Garda Bresciano, Orobie bergamasche e Orobie valtellinesi e il Corpo Forestale della Stato . Sono stati distribuiti recinti elettrificati in comodato d’uso gratuito a protezione di greggi e apiari e in coinvolte alcune aziende agricole nella sperimentazione, sono stati realizzati più di 50  incontri di informazione presso la popolazione e di formazione rivolti ad allevatori ed agricoltori sui metodi di prevenzione dei danni ed è stata attivata una  collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato perché eventuali segnalazioni di presenza dell’orso possano essere fatte direttamente al numero verde per le emergenze ambientali 1515. Sono state inoltre definite procedure standard e coordinate a livello alpino per il monitoraggio e per eventuali interventi di emergenza: 120 persone afferenti al personale di polizie provinciali, parchi regionali e Corpo forestale hanno avuto una preparazione specifica sul monitoraggio e 75 sulla gestione degli interventi in caso di orsi problematici, così come previsto dal PACOBACE (Piano d’Azione per la Conservazione dell’orso bruno nelle Alpi Centro Orientali). Ampio spazio è stato dato alle attività di informazione rivolte alle popolazioni locali, ai turisti e alle scuole sulla biologia della specie e sulla reale pericolosità nei confronti dell’uomo. L’Orso è un animale potenzialmente pericoloso, che può attaccare, soprattutto se provocato e colto alla sprovvista. Incontrarlo è un’ esperienza rara, fugace ed emozionante; tuttavia è estremamente importante seguire degli accorgimenti per evitare di spaventarlo e provocare, specie in presenza di femmine con i piccoli, delle reazioni di difesa.

Un altro tassello importante per la diminuzione dei conflitti è la polizza che Regione Lombardia ha attivato per l’indennizzo dei danni da grandi predatori, che prevede il risarcimento dei danni arrecati da orso, lupo e lince ad animali e cose su tutto il territorio regionale per un massimo di ? 4.500 per sinistro elevati a 6.500 per i danni alle strutture dedicate all’apicoltura . Per i danni agli animali la polizza risarcisce inoltre il costo dello smaltimento delle carcasse degli animali predati e paga una indennità supplementare del 15% del costo di acquisto dei capi quale risarcimento per lo stress subito dagli altri animali a causa dell’atto di predazione.

L’orso è un prezioso elemento della biodiversità delle montagne italiane, un simbolo di integrità e qualità ambientale ed un forte elemento di richiamo turistico. La convivenza con l’uomo va promossa e costruita con impegno e lungimiranza, affinché uomini e orsi, possano ritornare a popolare le nostre montagne così da poter tramandare alle generazioni future questo patrimonio di natura, cultura e attività tradizionali.

Tutte le informazioni sul progetto sono disponibili nel sito www.life-arctos.it

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